Alimentazione e cancro: quando prevenire è meglio che curare

Alimentazione e cancro: quando prevenire è meglio che curare

Il cancro è diventato tra le malattie del secolo più temute, evento patologico famigerato che incombe tra la popolazione in crescita esponenziale. Ovviamente le cause possono essere ambientali, genetiche, ma lo stile di vita occupa un ruolo fondamentale in questa patologia: l’alimentazione costituisce uno strumento di prevenzione efficace che troppo spesso non viene preso in considerazione.

Cancro e nutrizione: cosa bisogna sapere

Prevenire il cancro modificando lo stile di vita e l’alimentazione è una pratica che dovrebbe essere oramai sposata dall’intera popolazione al giorno d’oggi, tartassata da innumerevoli fonti di inquinamento (chimico, fotochimico, industriale, tossico). Ho ricevuto in studio pazienti affetti da patologie oncologiche che cercavano in me sostegno professionale per la cura del tumore: nella malattia avanzata, la nutrizione occupa un ruolo principale di sostegno detossificante accanto alla cura in sé vera e propria, mentre dovrebbe essere considerata come forma di prevenzione primaria per le patologie oncologiche. Questo vuol dire che, a fronte della crescente probabilità di contrarre il cancro al giorno d’oggi, le misure da adottare nella prevenzione primaria del problema sono valide per tutti.

Nel momento in cui si ha un cancro, e si è in cura radio-chemioterapica, mantenere il corretto peso corporeo è di fondamentale importanza. Infatti, essere in sottopeso non andrebbe bene ai fini dell’aumento della tossicità indotta dalla terapia, l’organismo è fiacco e più debole e potrebbe rispondere negativamente all’azione sinergica farmacologica. Il sovrappeso anche rappresenta un problema rilevante: è il caso, ad esempio, del cancro alla mammella nella donna, in cui molto frequentemente la donna è soggetta ad aumento ponderale nel momento in cui inizia la chemioterapia. Il problema costituito dall’aumento del peso è collegato all’elevato tasso di recidiva post-trattamento, all’insorgenza di complicazioni da ipertensione, diabete, aumento di acidità plasmatica, depressione, patologie cardiovascolari e insufficienza renale ed epatica.

Inoltre, è importante considerare dove il cancro pone le sue importanti radici: cancro e infiammazione sono direttamente correlati. La genetica subentra in maniera proponderante, ma l’epigenetica e le cause esterne sono da considerare anche in maniera importante. Io mi soffermerò su ciò che concerne il discorso alimentare, ma a proposito di fattori infiammatori ed esterni che possono causare infiammazione e cancro possono essercene numerosi. Le cause sono molteplici: mi riferisco sia a fattori endogeni che esogeni.

Per fattori endogeni intendo tutti quei processi o condizioni che, all’interno del nostro organismo, possono scatenare un’infiammazione. Mi riferisco al cattivo sonno, ad un intestino che è permeabile nei confronti di troppe sostanze, ad uno stomaco che non produce in maniera corretta e controllata l’acidità, alle nostre ghiandole che producono troppi o pochi ormoni; e vi sono anche gli errori che commettiamo nella masticazione, lo stress, l’ansia, la depressione.

Per fattori esogeni intendo la nostra alimentazione, quindi gli zuccheri raffinati, gli oli trans-idrogenati, i grassi di cattiva qualità, il sale, l’assunzione non corretta di latticini, i metalli pesanti, le amalgame per otturazioni, le farine raffinate; poi anche la mancanza di una vita attiva, l’abitudinarietà, l’inquinamento ambientale, i farmaci, i prodotti OGM, gli xenobiotici.

L’effetto Warburg

La primissima ipotesi, proposta dallo stesso Warburg, era che i mitocondri delle cellule tumorali (gli organelli responsabili della respirazione cellulare) fossero difettosi. Addirittura, Warburg aveva creduto di identificare quella che chiamò “causa primaria del cancro”, una teoria screditata da studi successivi. Le disfunzioni mitocondriali sono poco frequenti nelle cellule tumorali, e comunque non tutti i tumori fanno un ricorso così massiccio alla glicolisi. Oggi è appurato che l’effetto Warburg paradossalmente aiuta le cellule tumorali a crescere, ma le ragioni non sono ancora del tutto chiare. Un’ipotesi è che la glicolisi, benché meno redditizia da un punto di vista energetico, sia un processo molto più rapido rispetto alla completa ossidazione del glucosio: le cellule tumorali potrebbero prediligere la velocità alla resa, una strategia che le renderebbe più competitive in caso di risorse limitate o condivise. Un’altra possibile spiegazione è che la glicolisi sia una fonte di precursori per la biosintesi dei “mattoni” che compongono la cellula, come acidi nucleici, lipidi, proteine: per sostenere la loro  proliferazione, le cellule tumorali non hanno bisogno solo di energia, ma anche di materia prima.

Infine, l’effetto Warburg proteggerebbe il tumore e ne aumenterebbe l’aggressività e la resistenza. La fermentazione del piruvato produce acido lattico, che acidifica il micro-ambiente circostante, creando condizioni sfavorevoli ad esempio all’ingresso di cellule immunitarie. Allo stesso tempo, gli permette di sopravvivere anche in scarsità di ossigeno, una condizione frequente nelle regioni più interne dei tumori solidi o a seguito di terapie. Tutte queste ipotesi hanno del fondamento, ma anche delle criticità. Probabilmente non ce n’è una “corretta”, ma tutte contribuiscono all’effetto Warburg, che si conferma un fenomeno dalla genesi complessa e probabilmente multifattoriale.

Solo negli ultimi anni si è riscoperta la fondamentale importanza dell’effetto Warburg per la medicina e l’oncologia. Il metabolismo è uno dei tratti caratteristici delle cellule tumorali e come tale può essere utilizzato per la diagnosi e riconoscimento di una massa maligna o per la sua localizzazione. Moderne tecniche di imaging usano dei traccianti analoghi del glucosio per identificare l’esatta posizione del tumore.

Ma l’interesse verso l’effetto Warburg ha anche contribuito alla nascita di bufale, come quella che si può curare il cancro con il bicarbonato. Warburg aveva ipotizzato che la causa primaria del cancro fosse di origine metabolica, legata alla mancanza di ossigeno. Da qui la falsa credenza che l’acidificazione del micro-ambiente circostante, come conseguenza dell’attività glicolitica, fosse alla base della genesi del tumore. Oggi, invece, sappiamo che quella è piuttosto una conseguenza, e che la causa del cancro vada ricercata in una serie di fattori genetici e ambientali. Sappiamo anche che nessuna dieta tanto meno l’assunzione di bicarbonato siano in grado di modificare il pH intorno alla massa tumorale.

Evidenze cliniche importanti

Sappiamo bene che l’assunzione giornaliera di proteine è di 0,83 g di proteine pro kg per il sedentario sano. In accordo con i dati dell’OMS, per il malato oncologico sale a 1 g pro kg, mentre se vi si aggiungono problemi da insufficienza epatica e renale l’intake giornaliero scende a 0,6-0,7 g di proteine pro kg.

Per effettuare il proprio percorso nutrizionale personalizzato, risulta essenziale sottoporsi innanzitutto alla bioimpedenziometria, strumento importante per capire a quanto effettivamente ammonta lo stato di idratazione totale, acqua di ritenzione extracellulare, massa muscolare e massa grassa: in base a questi dati, successivamente si può stilare un piano alimentare personalizzato per la patologia tumorale.
Cosa bisogna fare per gestire una malattia oncologica con l’alimentazione?
E’ essenziale innanzitutto introdurre almeno 30 kcal per kg di peso ogni giorno. Per esempio, un paziente che pesa 70 kg, è giusto che assuma quantomeno 2000-2100 kcal al dì, tuttavia, risulta efficace prestare attenzione ancor di più sulla qualità delle kcal assunte per dare segnali positivi di costruzione di massa muscolare e controllo dell’infiammazione sistemica.

Molte volte il soggetto oncologico tende a perdere l’appetito, per cui è essenziale rifarsi ad una dieta varia, con alimenti preferiti dal soggetto in questione, che non contenga sostanze pro-infiammatorie e che sia completa: è importante tenere a mente che  l’infiammazione sistemica, caratteristica in particolar modo nel paziente oncologico, tende a generare una “resistenza anabolica”, cioè una diminuzione della sensibilità della sintesi proteica agli stimoli anabolici. In effetti, il nostro organismo è costituito da proteine ed è essenziale assumerle ogni giorno per mantenere sani i tessuti. In caso di malattia o di stress, l’organismo ha bisogno di proteine supplementari in modo da riparare eventuali “danni”.

Cosa fare quindi? Consigli pratici

Ricordiamoci che è molto importante ridurre gli zuccheri semplici, le farine raffinate, ed evitare tutto ciò che possa sviluppare insulino-resistenza e sviluppo di infiammazione da cibo.
Alternare nella propria dieta fonti di proteine quali pesci e uova in prevalenza, a seguire carni bianche e frutta secca, e cercare di evitare tutti quei cibi che aumentano il grado di infiammazione. E’ essenziale l’associazione di tanta frutta  verdura, prevalentemente crude, piena di sostanze anti-ossidanti, minerali e vitamine, ed è inoltre importante integrare omega-3, anti-infiammatorio naturale, e bere più di 2 L di acqua al giorno. Infine, cereali integrali, tuberi e legumi contenenti proteine a scarso valore biologico, ma ricchi in fibre, ferro e calcio e fondamentali a fornire energia, con un basso impatto sull’andamento glicemico giornaliero.
Non dimentichiamoci dell’importantissimo ruolo svolto dall’ossigeno molecolare sotto forma di integratore, utile per detossificare le cellule e contrastare l’avanzamento delle metastasi da metaplasia cellulare.

Mangiare tanto a colazione, il giusto a pranzo e mantenersi leggeri a cena è la regola base che deve seguire il malato oncologico. E’ essenziale inoltre praticare molta attività fisica, di tipo aerobico soprattutto, per il benessere fisico, per combattere l’atrofia muscolare da inattività, per regolarizzare l’insulinemia e innalzare l’autostima e la qualità della vita del soggetto patologico.

Sulforafano: potente molecola contro il cancro

A dispetto del fatto che i tedeschi dell’est mangiassero più grassi e meno frutta e verdura, essi sviluppano pochi tumori legati all’alimentazione. La spiegazione era da ricercare in un’altra differenza della dieta: il “GRANDE CONSUMO DI CAVOLI”. Fu interessante e sorprendente scoprire che alcune verdure che mangiamo abitualmente contengono una notevole quantità di sostanze vegetali in grado di incrementare il livello di questi enzimi protettori. Vi è un composto molto potente: è una molecola chiamata sulfurofene, è una sostanza che contiene molto zolfo, è in pratica un tipo di olio che conferisce ai broccoli il loro sapore tipico. Esso stimola inoltre la produzione di enzimi che neutralizzano le sostanze che causano il cancro nel nostro corpo. Vi era inoltre una forte correlazione con il dosaggio: PIU’ SULFUROFENE –MENO TUMORI. I semi di broccoli che sono cresciuti con acqua e luce per 3-4 giorni contengono la più alta concentrazione di SULFUROFENE. Quando la pianta comincia a germogliare ed è più vulnerabile ai parassiti, l’alta concentrazione di sulfurofene ha una funzione protettrice. Mangiare un cucchiaio di questi semi ogni giorno equivale a consumare un kg e mezzo di broccoli maturi a settimana. Sarebbe opportuno mangiare germogli di broccoli 3 o 4 volte a settimana. Forse non hanno un aspetto molto appetitoso, ma una manciata di questi semi potrebbe aiutarci a ridurre il rischio di canro.

Dott. Francesco Garritano

Fonti bibliografiche:

Sapienza C. Diet, Nutrition, and Cancer Epigenetics. Annu Rev Nutr. 2016 Jul 17;36:665-81.

 

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