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Immunoglobuline e marker infiammatori: interpretare le analisi di laboratorio

Immunoglobuline e marker infiammatori: interpretare le analisi di laboratorio

Immunoglobuline M, G, e così via: quando leggiamo alcuni valori delle analisi di laboratorio, può capitare di avere a che fare con i valori del tipo “ IgG, IgE, IgM “: la loro interpretazione si basa proprio sulla reazione del sistema immunitario che si esprime in diversa misura e in maniera particolare verso un particolare bersaglio. Vediamo nel dettaglio cosa si intende per immunoglobuline, leggendo questo articolo che ho scritto per voi!

Immunoglobuline: cosa sono?

Quando i miei pazienti mi chiedono – ed è capitato proprio di recente sia allo studio sia mediante contatto privato – come interpretare i valori delle famose immunoglobuline che appaiono nelle analisi di laboratorio su sangue, io spiego loro che tale interpretazione varia non solo in base alla storia clinica che hanno alle loro spalle, ma anche in base a differenti fattori che riguardano lo stato di salute attuale.
Innanzitutto, per capirci meglio, possiamo definire le immunoglobuline più semplicemente con il nome di anticorpi. Le immunoglobuline, infatti, non sono altro che gli anticorpi coinvolti nella risposta immunitaria, nei meccanismi di difesa contro gli agenti che il sistema immunitario va a riconoscere come estranei all’interno del nostro organismo. Come vanno a svolgere la loro funzione? Esse vanno ad agire proprio come dei recettori, i quali riconoscono l’antigene e vanno ad attivare la risposta linfocitaria: vale a dire che tali anticorpi riconoscono l’agente estraneo, lo legano mantenendolo “imprigionato” affinché avvenga l’attacco delle cellule linfocitarie interpellate all’azione, quali i fagociti, le cellule citotossiche, ecc.
In seguito ad un attacco, le immunoglobuline ricorderanno nel futuro il carattere patogeno di quell’agente estraneo che ha scatenato la risposta immunitaria : nel sangue, infatti, sono presenti le cosiddette cellule di memoria, una classe di immunoglobuline che, in seguito ad un ulteriore attacco del precedente agente patogeno combattuto, hanno appunto “memoria” pronta nei confronti di quest’ultimo, e riescono a reclutare le componenti del sistema immunitario adatte ad attaccare quello specifico agente patogeno, in maniera rapida ed esaustiva.

Immunoglobuline: quante e quali tipologie

Andiamo ora in merito all’argomento. Quanti tipi di immunoglobuline esistono? Nella letteratura scientifica, sono menzionate 5 classi principali di immunoglobuline, le IgG, le IgA, le IgE, le IgM e le IgD: riguardo quest’ultima sottoclasse, ancora non si sa molto, si sa solamente che hanno la funzione di rimanere adese alla membrana plasmatica del linfocita immaturo e di renderlo attivo solo quando è avvenuto il contatto con il corpo estraneo per il quale posseggono la specificità.

Le IgM sono proprio quella classe di immunoglobuline deputate al riconoscimento del patogeno, sono i primi elementi a “dare l’allarme” al sistema immunitario, affinché poi intervengano gli altri elementi del sistema immunitario. Cosa hanno di speciale? Sono costituite dalle cosiddette opsonine, proteine le quali riescono a tenere fermo il patogeno con un meccanismo chimico di legame alla particella.

Le IgG sono le cosiddette immunoglobuline della memoria, ricordano qual è stato il fattore di patogenicità dell’agente eziologico che, in passato, ha causato la malattia, e sono proprio quelle famose proteine in grado di reclutare le altre componenti del sistema immunitario  per intervenire tempestivamente e in maniera molto più efficiente, rispetto al primo attacco ricevuto, nei confronti del patogeno, eradicandolo (nella maggior parte dei casi).

Le IgE sono le immunoglobuline che intervengono quando incontrano la superficie di allergeni e parassiti, vanno a stimolare la produzione di istamina e tutte quelle sostanze che vanno a mediare un processo di allergia e attacco verso la sostanza estranea.

Le IgA sono associate a livello del tessuto linfoide relativo alle mucose del tratto gastro-intestinale e respiratorio, e in misura minore anche nella bile, nella saliva e nel latte materno. Servono a difendere l’organismo dagli attacchi dei patogeni come prima barriera difensiva, in maniera simile per come accade a proposito della cute.

Valutazione dello stato infiammatorio

Il cambiamento dei parametri ematologici riflette l’infiammazione sistemica così come la proteina C reattiva, le citochine pro infiammatorie, l’emocromo… Gli elevati rapporti neutrofili -linfociti ( NLR ) e piastrine-linfociti ( PLR ) sono marcatori di infiammazione dell’ospite e sono associati a una infiammazione sistemica di basso grado, ad una patologia infiltrativa, anche ad un processo più violento infiammatorio (allergie).

A questo proposito l’immunità cellulo -mediata può essere riflessa nella conta linfocitaria, mentre l’infiammazione sistemica può essere suggerita da una spiccata neutrofilia.

Di conseguenza, il rapporto Neutrofili/ Linfociti (NLR), calcolato come conta dei neutrofili  divisa per la conta dei linfociti, può presentarsi come un marcatore di infiammazione facilmente misurabile e che spesso associamo anche alla ferritina. Perché questo? Abbiamo parlato spesso di VES e PCR, che conosciamo bene, ma vediamo come la ferritina è correlata a queste condizioni.

Oltre al ruolo protettivo nella biologia redox e nell’omeostasi del ferro, la ferritina sierica libera è aumentata nel contesto dell’infiammazione in atto. Il ruolo della ferritina nella modulazione della risposta immunitaria è importantissima, attraverso la sua induzione di citochine anti-infiammatorie e la limitazione del danno dei radicali liberi. La ferritina si trova coinvolta nella patologia infiammatoria della malattia, compresi i disturbi reumatologici, immunologici, maligni e infettivi in ​​cui i livelli non solo controllano l’attività della malattia ma possono essere primari in patologia e sono predittivi del risultato.

La sideremia rappresenta un indice della quantità di ferro che circola nel sangue in quel momento ed è soggetta a significative variazioni anche da un giorno con l’altro.

La ferritina invece è un buon indicatore dei depositi di ferro nell’organismo ed è importante per comprendere se l’anemia è causata da una carenza di ferro o meno.

Il valore dell’emoglobina rappresenta infine una misura della proteina realmente attiva nel trasporto dell’ossigeno nel sangue e contenuta nei globuli rossi.

Tornando alla ferritina, la ferritina sierica è un noto reagente in fase acuta, con livelli che rispecchiano il grado di infiammazione acuta e cronica nelle malattie infettive, reumatologiche, ematologiche e maligne. Mentre i livelli di ferritina sono noti per correlare con l’attività infiammatoria, alcuni postulano un ruolo causale diretto per la ferritina nel mediare condizioni infiammatorie. La regolazione della ferritina durante il normale metabolismo del ferro è un meccanismo regolatore essenziale dell’ospite. Ulteriori ricerche sui disordini infiammatori primari suggeriscono che, oltre a questo ruolo omeostatico, la ferritina può essere un marcatore chiave e un attore patogeno nella patologia infiammatoria attraverso la sua segnalazione come parte della risposta immunitaria innata e modulazione della funzione dei linfociti. La pratica clinica supporta questo ruolo, in quanto può essere utilizzato sia come biomarcatore del progresso della malattia e della prognosi, sia come target per l’intervento terapeutico.

Come agire sul sistema immunitario

Solitamente, quando si ha un’infezione in corso, nella prima parte della malattia si alzano le IgM, poi, in maniera tardiva, si innalzano le IgG.

E ora, parliamo della modalità con cui mangiare per rinforzare il sistema immunitario.

Innanzitutto, si è visto sperimentalmente che i soggetti che mangiano male, in sovrappeso, obesi, che non praticano attività fisica, sono proprio quelli che hanno le ricadute salutistiche negative più frequenti riguardo questo tipo di infezione.

Ricordiamoci che è molto importante ridurre gli zuccheri semplici, le farine raffinate, ed evitare tutto ciò che possa sviluppare insulino-resistenza e sviluppo di infiammazione da cibo. Solo in questo modo potremo fornire un supporto importante al sistema immunitario.

Bisogna alternare nella propria dieta fonti di proteine quali pesci e uova in prevalenza, a seguire carni bianche e frutta secca, e cercare di evitare tutti quei cibi che aumentano il grado di infiammazione. E’ essenziale l’associazione di tanta frutta e verdura di cui ho parlato prima, prevalentemente crude, piene di sostanze anti-ossidanti, minerali e vitamine, ed è inoltre importante integrare omega-3, il miglior tipo di anti-infiammatorio naturale, e bere più di 2 L di acqua al giorno. Infine, è necessario utilizzare sulla propria tavola cereali integrali, tuberi e legumi, ricchi in fibre, ferro e calcio, fondamentali a fornire energia, con un basso impatto sull’andamento glicemico giornaliero.

Non dimentichiamoci dell’importantissimo ruolo svolto dall’ossigeno molecolare sotto forma di integratore, utile per detossificare le cellule e rinforzare il sistema immunitario, per contrastare l’eventuale attacco da agenti infettivi .

Mangiare tanto a colazione, il giusto a pranzo e mantenersi leggeri a cena è la regola base per rinforzare il sistema immunitario. E’ essenziale inoltre praticare molta attività fisica , di tipo aerobico soprattutto, per il benessere fisico, per combattere l’atrofia muscolare da inattività, per regolarizzare l’insulinemia e innalzare l’autostima e la qualità della vita: è importantissimo tener conto di questo fattore emotivo, altra componente da non trascurare per rimanere in salute!

E non dimentichiamoci: controlliamo l’infiammazione da cibo, il sovraccarico alimentare!

Dott. Francesco Garritano

Bibliografia:

  • https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28541437

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