L’anoressia: il più imponente tra i disturbi dell’alimentazione

L’anoressia: il più imponente tra i disturbi dell’alimentazione

L’anoressia è una tematica molto delicata e particolare da affrontare, non per la complessità tecnica dell’argomento in sé ma per la ricaduta psicologica e fisica che genera sul soggetto che ne soffre. In questo articolo voglio parlarvi dell’anoressia indicandovi come può insorgere silenziosamente il problema e come si può affrontare. Buona lettura!

Il problema dell’anoressia

Ho sentito la necessità di scrivere questo articolo perché ultimamente capita sempre più spesso che io riceva pazienti in studio con disturbi del comportamento alimentare, come per esempio l’anoressia. Innanzitutto, i disturbi del comportamento alimentare sono anomalie, appunto comportamentali, dell’alimentazione che determinano un consumo alterato di cibo e che danneggiano la salute fisica e psichica di un soggetto. La maggior parte di soggetti a soffrirne sono le donne, ma questo disturbo non esclude  anche il genere maschile. La componente più oscura dell’anoressia è il fatto che il soggetto che ne è affetto non vuole parlarne, si chiude in se stesso, crea una corazza attorno al proprio ego, la quale non permette alle altre persone di poter interagire in modo costruttivo con chi soffre del disturbo alimentare.
La persona così si chiude nel proprio silenzio, diventa più cupa, ha paura di manifestare i propri problemi e soprattutto di confidare il proprio disagio interiore.
L’anoressia comporta purtroppo il non riuscire ad accettarsi per come si è: si hanno problemi profondi di autostima, non si è soddisfatti del proprio corpo, delle proprie potenzialità, il relazionarsi col mondo esterno diventa difficile, complicato. Aumentano i problemi di paura a “farsi vedere” dagli altri, per timore di essere giudicati, di non piacere, il vivere quotidiano diventa ingombrante.

I lati oscuri dell’anoressia

Sapete, per uno specialista che si occupa di nutrizione non è affatto facile approcciarsi con un paziente anoressico. Sebbene la fragilità della persona anoressica sia notevole, tuttavia lo scudo protettivo che crea attorno a sé dà molto filo da torcere nell’approccio con lo specialista. Come per assurdo, l’anoressico mostra un carattere molto forte, coglie ogni minima cosa come un potenziale attacco sulla propria persona e, anche se non di proposito, assorbe molta energia a chi ha di fronte.

L’anoressia, caratterizzata quindi dal rifiuto patologico verso il cibo per paura di poter mettere qualche chilogrammo in più, anche quando si è fortemente o gravemente sottopeso, si verifica per lo più nell’età adolescenziale, in un periodo difficile della vita di una persona, in cui ci si sente in contrasto col mondo intero, e anche con se stessi; ovviamente può verificarsi anche nell’età adulta in seguito a importanti separazioni, in seguito a pesanti umiliazioni psicologiche ricevute in seguito ad un trauma psicologico o anche in seguito ad un rapporto malato con il cibo e con il proprio corpo: chi chiede sempre più e in maniera psicologica da se stessi, puntando alla perfezione e tenendo sempre più a mente i canoni di bellezza che oramai vengono sponsorizzati continuamente dai mass media, rischia di farsi solo del male psicologico, perdendo la centralità della propria persona, decadendo di autostima e rischiando il peggio.

Anoressia: vincere si può

Quello che posso dire, in qualità sia di biologo nutrizionista esperto in materia sia di persona come tutti voi, è che la perfezione non esiste ed è giusto che ognuno sia diverso dagli altri. Non si deve puntare ad alcuna qualità esterna e non si deve prendere in riferimento ciò che viene sempre messo in mostra come “perfetto”, ma il lavoro che si deve fare è solo su se stessi, sul proprio benessere, sulle proprie potenzialità e la motivazione che si deve avere è quella di far fiorire le potenzialità che si hanno dentro sé, senza pretendere di somigliare ad altre persone e senza pensare che il parere altrui o ciò che viene fatto dagli altri possa avere influenza sulla propria persona.

Purtroppo sbaglia anche il mondo dei mass-media, dove viene sponsorizzato il concetto di “stare bene” con l’essere magri, il mangiare poco per far entrare tutti i vestiti, anche i più stretti, alla perfezione. Ma non è questo lo stato di benessere che desidera il nostro organismo. Stare bene e in forma significa  essere in normopeso, in normocaloricità e normoproteicità, e quindi non significa essere magri, ma stare nel giusto: essere magri è un eccesso come l’essere in sovrappeso. Senza il dovuto apporto di cibo, possono venire meno le più importanti funzioni vitali, come il funzionamento degli assi metabolici , dell’apparato riproduttivo, perdita della funzionalità di alcuni importanti organi e apparati, si rischiano anche danni irreversibili quando si ha un forte calo in nutrienti.

Sono un danno tutte le diete ipocaloriche  che si trovano sempre più spesso in giro!  Come documenta uno studio condotto su un campione di studentesse di Londra di 15 anni, che facevano una dieta restrittiva rispetto ai controlli, si è visto proprio come queste ultime hanno dimostrato il rischio 8 volte maggiore di sviluppare un disturbo dell’alimentazione nell’anno seguente.

Il consiglio che voglio dare è quello di pensare prima di tutto a stare bene con se stessi, mangiare in modo sano e soddisfacente, fare attività fisica e dedicarsi alla crescita della propria persona, mentale in primis, dedicandosi ad attività nobili e che ci piacciono… e dialogare tanto con gli altri, mettendo da parte le paure e la sensazione di vergogna inutile che sta dietro a questi problemi. Inoltre, per qualsiasi cosa, la figura del biologo nutrizionista è sempre pronta ad essere di supporto sia a livello salutistico sia a livello motivazionale e psicologico, per assicurare il benessere della persona.

 

Dott. Francesco Garritano

 

Fonti bibliografiche:

  • Palmer BA. Public Stigma and the Label of Gambling Disorder: Does it Make a Difference? J Gambl Stud. 2018 Dec;34(4):1281-1291.
  • Dalle Grave R. (2011) Eating disorders: Progress and challenges. European Journal of Internal Medicine, 22, 153-160

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