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Le conseguenze a lungo termine dei virus e il sistema immunitario

Le conseguenze a lungo termine dei virus e il sistema immunitario

Evidenze scientifiche mostrano come alcuni virus possano essere causa problemi e manifestazioni cliniche a lungo termine, ovvero lasciano dei segni sul nostro organismo che possono tramutarsi in disturbi, anomalie, disfunzioni, che possono perpetuarsi nel corso del tempo sul soggetto che ha avuto l’infezione. Vediamo di approfondire insieme l’argomento!

Si parla sempre più frequentemente di quali possano essere le conseguenze che il nostro organismo può avere (a lungo termine) in seguito ad infezione da parte di taluni virus: ora è in ballo il discorso del Covid-19, ma possono essere anche altri i virus a causarci dei danni, delle disfunzioni che possiamo portarci negli anni… parliamo di rhinovirus, coronavirus, virus HPV, HBV, virus della monoucleosi, ecc, i quali sono in grado di sviluppare nel corso del tempo veri e propri disturbi.

Coronavirus e conseguenze a lungo termine

In questi mesi la ricerca, per evidenti ragioni legate all’emergenza, si è concentrata soprattutto sul trattamento e sulla prevenzione dell’infezione, ma il nuovo coronavirus può provocare anche effetti a lungo termine nell’organismo. Si parla di “sindrome post-Covid-19” e ci si riferisce alla persistenza di sintomi più o meno debilitanti anche dopo la fase acuta della malattia.Il virus nella fase acuta colpisce principalmente l’apparato respiratorio e l’apparato cardiovascolare e provoca una disregolazione importante del sistema emocoagulativo. Tuttavia, soprattutto nelle forme gravi, è in grado di colpire praticamente qualsiasi organo e apparato del nostro corpo. Può provocare dunque danni diffusi, dando luogo a forme infiammatorie multiorgano, ma anche danni localizzati, al sistema nervoso per esempio, come la perdita del gusto e dell’olfatto. A livello neurologico la complicanza più nota è la perdita del gusto e dell’olfatto, riportata frequentemente tra i sintomi a lungo termine, ma vengono riferite pure forme di cefalea. È stato ipotizzato che tra i sintomi ci possano essere anche problemi cognitivi che si presentano e si mantengono nel tempo, ma su questo i dati si stanno raccogliendo. Si possono manifestare alterazioni epatiche e si parla pure di sindromi di tipo depressivo, sindromi ansiose, vere e proprie patologie che si stabilizzano dopo la guarigione, con difficoltà di reinserimento nel lavoro, nell’ambiente e nel tessuto sociale. C’è, dunque, la possibilità che alcuni danni che si riportano in fase acuta possano non risolversi completamente e quindi dare luogo a una patologia a lungo termine. Esistono poi delle forme, come la stanchezza intensa, che potrebbero essere di tipo post-infiammatorio, oppure un residuo infiammatorio che si potrebbe difficilmente risolvere con il tempo.

Un altro sintomo comune e preoccupante è la difficoltà a pensare con chiarezza. Una sorta di “nebbia nel cervello” accompagnata a problemi di memoria. Questo deficit cognitivo resta un mistero per i clinici, ma ha delle basi obiettive. Neurologi e psichiatri del Gemelli hanno sottoposto i pazienti a test psicologici per quantificare e valutare oggettivamente questi sintomi. Le analisi preliminari mostrano che la performance di questi pazienti è inferiore a quella attesa per la loro fascia di età (tra i 50 e i 60 anni). Non si sa ancora se ciò possa essere dovuto ad un’azione diretta del virus sui neuroni, ma alcuni ricercatori ipotizzano che questo possa anche aumentare il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson o la malattia di Alzheimer.

In alcuni pazienti persistono poi tosse, perdita del gusto e dell’olfatto, mal di testa, vertigini, insonnia, rash cutanei ed anche aritmia. Diversi studi sottolineano infatti come il virus possa danneggiare la funzione cardiaca in modo duraturo. Una ricerca pubblicata su JAMA Cardiology ha rilevato che su 100 pazienti che avevano avuto il Covid-19, 78 presentavano anomalie cardiache e molto spesso infiammazione del muscolo cardiaco a 10 settimane dalla diagnosi.

I virus della famiglia Reoviridae e la celiachia

E se una delle cause della celiachia fosse un virus? Riflettiamo bene, quando un virus ci infetta il nostro sistema immunitario ci protegge, per cui un virus o una famiglia di virus in particolare sarebbero anche in grado di attivare una risposta anomala del sistema immunitario, sviluppando la patologia soprattutto se l’infezione si manifesta in tenera età, momento in cui le nostre difese immunitarie stanno ancora maturando, contemporaneamente all’assunzione di alimenti contenenti glutine.

In particolar modo sono chiamati in causa i virus della famiglia Reoviridae, virus segmentali a doppio filamento di RNA (dsRNA) che infettano gli esseri umani frequentemente nel corso della loro vita. Lo studio ha dimostrato come i pazienti affetti da celiachia avessero livelli maggiori di anticorpi contro i reovirus e di un fattore di trascrizione in particolare, l’IRF1 (Interferon Regulatory Factor 1), conosciuto per essere coinvolto nella perdita della tolleranza al glutine. Per cui pur debellando l’infezione, questi tipi di virus potrebbero aprire la strada ad una patologia autoimmune come la celiachia.

Ad esacerbare la risposta, inoltre, è l’assunzione contemporanea all’infezione di alimenti contenenti glutine od ovoalbumina, che causano una risposta maggiormente marcata del sistema immunitario. Quindi, ricapitolando, affinchè possa instaurarsi la patologia dobbiamo dapprima verificare la presenza della predisposizione genetica, poi valutare le infezioni da virus, infine, oltre agli altri fattori ambientali, risulta necessario non consumare ogni giorno alimenti contenenti glutine.

Le infezioni virali come possibile causa della sindrome del dolore cronico e della fibromialgia

Sapevate che ci sono talune patologie, in particolare di tipo infettivo, le quali sono in grado di indurre la sindrome fibromialgica. Essa, considerata un disturbo del sistema di “trasmissione” del dolore di origine multifattoriale, può avere varie cause, oltre a quelle che abbiamo visto, ai fattori ambientali e genetici, che giocano un ruolo importante nella sua patogenesi, e varie situazioni scatenanti che possono indurre o modularne lo sviluppo. Voglio citarvi alcune infezioni le quali, nel tempo, sono state associate all’insorgenza di questa sindrome ed è presente qualche evidenza su un possibile ruolo scatenante delle vaccinazioni.

Sono state più comunemente prese in considerazione: la malattia di Lyme (il cui germe scatenante è la Borrelia Burgdorferi), infezioni da Mycoplasma (l’agente della Tubercolosi), Parvovirus B 19 e Coxsakie virus, virus dell’HIV, dell’epatite B e C, il virus HTLV-I ed il virus di Epstain-Barr (mononucleosi), oltre che del Citomegalovirus. La probabilità di contrarre una malattia di Lyme aumenta in alcune aree infestate da zecche infette da Borrelia, note e definite anche in Italia, e i soggetti più esposti a tale rischio sono i lavoratori impegnati in attività esterne; i sintomi che seguono all’infezione acuta comprendono dolore cronico e stanchezza non responsivi a terapia antibiotica, non sempre differenziabili da una fibromialgia. Un autore ha recentemente parlato di una possibile sindrome che segue la malattia di Lyme, differente dalla fibromialgia.

Alta prevalenza di fibromialgia e dolore muscolo-scheletrico diffuso è stata reperita in pazienti affetti da infezione da Mycoplasma. L’infezione da Parvovirus B 19 può avvenire in adulti, se esposti a bambini infetti, anche senza la manifestazione della tipica reazione cutanea. L’alta prevalenza di virus dell’epatite C deve essere tenuta in considerazione e, ove presente il fattore di rischio, è necessaria la valutazione bioumorale; in pazienti individuati a rischio per esposizione a virus dell’epatite B e HIV (AIDS) va posta particolare attenzione. Il virus di Epstain-Barr e in misura minore altri virus con predilezione per il tessuto muscolare possono indurre una sintomatologia cronica dolorosa e astenica, difficilmente differenziabile da una sindrome fibromialgica. E’ stata segnalata infine la presenza di anticorpi anti-Chlamydia (un batterio) in pazienti affetti da mialgia di natura non differenziata.

Un’alta prevalenza di fibromialgia e dolore cronico diffuso è stata quindi trovata e confermata nel tempo in corso di infezione da virus HCV (epatite C) e HIV (AIDS). Altrettanto si può dire, anche se con dati non sempre confermati, per pazienti con riscontro di infezione da Micoplasma, Parvovirus B19, HBV (epatite B), HTLV-I (virus possibile causa di leucemia). I dati relativi a infezioni dovute a Brucella, Chlamydia, Bordetella, virus di Epstein-Barr e Coxsakie sono scarsi e insufficienti per dimostrare una relazione.

Eventi infettivi non vanno considerati comunque solo come causa di scatenamento di una fibromialgia o di sindrome da dolore cronico diffuso, ma anche situazioni di possibile peggioramento di una situazione già esistente, per cui è raccomandato il trattamento specifico. Suggestivo infine ma non ben chiarito il ruolo scatenante delle vaccinazioni, per le quali vi è qualche segnalazione di correlazione all’insorgenza di sindromi dolorose e di astenia, dopo l’esecuzione di un vaccino; questo è stato notato non tanto per vaccini specifici (tra cui quelli per virus della Rosolia e per la malattia di Lyme), quanto per vaccini poli-valenti (cioè per più agenti infettivi contemporaneamente), capaci di dare una stimolazione particolarmente intensa al sistema immunitario. Il possibile ruolo delle infezioni nel determinare e/o mantenere una sindrome dolorosa cronica è stato suggerito da similitudini cliniche con condizioni quali la sindrome da stanchezza cronica per cui un nesso patogenetico infettivo è stato maggiormente sostenuto. Il ruolo dell’agente infettivo nello scatenare una sindrome dolorosa non è ancora noto, ma non è escludibile che un’azione scorretta ed imprevedibile sul sistema immunitario e l’azione indiretta di alterazione del sistema neuro-endocrino (sistema ormonale correlato al sistema nervoso centrale) siano fattori importanti.

Come rinforzare il sistema immunitario?

I consigli pratici per rinforzare il sistema immunitario sono i seguenti:

  • Fare una colazione abbondante, per mantenere attivo il nostro metabolismo e attivare positivamente i segnali all’interno del nostro corpo;
  • Valorizzare frutta e verdura di stagione, ricche di vitamine e sali minerali, coadiuvanti nelle funzioni metaboliche e con capacità antiossidanti e curative;
  • Ripartire bene la composizione dei pasti e mangiare a sufficienza, per attivare i giusti segnali tiroidei e favorire anche una migliore risposta immunitaria;
  • Bere tisane calde;
  • Bere acqua in abbondanza;
  • Praticare attività fisica e mantenere il corpo “caldo” e attivo;
  • Indossare gli indumenti idonei per la stagione in corso ed evitare di rimanere scoperti e al freddo;
  • Evitare posti affollati in cui c’è molta umidità;
  • Cercare di evitare i prodotti lattiero-caseari in quanto aumentano la produzione di muchi;
  • Evitare cibi fritti che aumentano il grado di infiammazione all’interno del nostro organismo.

Lo zinco in azione contro Coronavirus e Rhinovirus

I ricercatori dall’università di Sechenov, in collaborazione con i colleghi dalla Germania, dalla Grecia e dalla Russia, hanno esaminato gli articoli scientifici sul ruolo di zinco nella prevenzione e nel trattamento delle infezioni virali e della polmonite, con le proiezioni su quelle causate da SARS-CoV-2. I risultati sono stati pubblicati nel giornale internazionale di medicina molecolare.

Lo zinco è necessario per metabolismo ed il funzionamento normali dei sistemi riproduttivi, cardiovascolari e nervosi, ma è egualmente importante per il sistema immunitario, in particolare per la proliferazione e la maturazione dei globuli bianchi (alcuni di loro possono catturare e digerire i microrganismi ed altri – per produrre gli anticorpi). Inoltre, lo zinco è compreso nel regolamento di infiammazione. Quindi, i livelli normali di zinco supportano la resistenza umana ad infiammatorio ed alle malattie infettive.

Secondo i preventivi correnti, il rischio di carenza di zinco è osservato in più di 1,5 miliardo genti nel mondo. In Russia, la carenza di questo elemento si presenta in 20-40% della popolazione; in alcune regioni raggiunge 60%. Dato il ruolo cruciale di zinco nel regolamento di immunità, una può proporre che la sua insufficienza possa essere considerata come fattore di rischio per le malattie infettive.

Gli scienziati hanno esaminato i risultati degli studi sull’uso di zinco-contenere le droghe per l’aumento dell’immunità ed impedire le infezioni virali, compreso SARS-CoV-2 che ha causato a scoppio COVID-19 questo anno. Gli studi precedenti hanno indicato che lo zinco e sui di legante possono rallentare il lavoro del RNA polimerasi (un enzima che sintetizza le molecole virali del RNA) dei coronavirus e sopprimere la loro diffusione nell’organismo. Una delle sostanze che stimolano l’assorbimento cellulare dello zinco, la clorochina, già è stata provata sui pazienti con SARS-CoV-2, ma i sui forti effetti secondari lo rendono necessario cercare altri composti con un simile effetto o usare esclusivamente lo zinco. Tuttavia, entrambe le opzioni sufficientemente non sono state studiate o non provato state ancora.

Le osservazioni dello sviluppo di altri virus, quali i rhinovirus (questa famiglia include gli agenti patogeni delle malattie respiratorie acute, del classico raffreddore e sinusite), indicano che un aumento nel livello di zinco in celle sopprime la replica (riproduzione) del virus e stimola la produzione dell’alfa dell’interferone, che ha un’attività antivirale. Ad oggi si conoscono più di 100-150 tipi di rhinovirus sierologicamente distinti; pur lasciando un’immunità permanente tipo-specifica, l’infezione con un tipo di virus non offre protezione verso gli altri tipi.

Inoltre, la carenza di zinco è considerata come uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di polmonite: aumenta la predisposizione agli agenti infettante ed alla durata di malattia. Parecchi studi mostrano l’efficacia delle droghe zinco-contenenti nella severità e nella durata diminuenti dei sintomi e di diminuzione della prevalenza di polmonite. Tuttavia, generalmente i dati sull’uso di zinco come terapia, piuttosto che la prevenzione, sono contraddittori.

Un’altra applicazione possibile di zinco è modulazione di infiammazione. I dati attuali indicano che gli ioni dello zinco hanno un effetto antinfiammatorio, diminuente il danneggiamento del tessuto polmonare nella polmonite. Lo zinco egualmente aiuta l’organismo a resistere ai batteri e la polmonite batterica si presenta frequentemente in pazienti con le infezioni virali secondarie.

Gli studi recenti intrapresi dagli scienziati da U.S.A. hanno confermato questi presupposti, dimostranti l’effetto dell’assunzione dello zinco sul rischio di corso severo e l’esigenza di ventilazione artificiale in pazienti con COVID-19. Di conseguenza, secondo la ricerca corrente, lo stato adeguato dello zinco può portare giù la probabilità delle malattie respiratorie contagiose, della polmonite e delle sue complicazioni.

Dott. Francesco Garritano

Fonti bibliografiche:

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  • RESEARCH PAPER| VOLUME 25, 100463, AUGUST 01, 2020, Follow-up study of the pulmonary function and related physiological characteristics of COVID-19 survivors three months after recovery; Yu-miao Zhao et al.
  • Bouziat R et al. Reovirus infection triggers inflammatory responses to dietary antigens and development of celiac disease. Science. 2017 Apr 7;356(6333):44-50.
  • Skalny, A.V., et al. (2020) Zinc and respiratory tract infections: Perspectives for COVID‑19. International Journal of Molecular Medicine.
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